Una breve premessa
Fogli d’autunno è una rassegna di libri, biografie di territori e convivialità che si tiene annualmente a Recanati, una cittadina marchigiana prossima alla costa adriatica, ma profondamente legata, per molte ragioni, al passato remoto e recente dei Monti Sibillini, tra la provincia di Macerata e Ascoli Piceno, tra le Marche e l’Umbria.
L’iniziativa è promossa da associazioni che, pur operando in ambiti diversi, sono accomunate dall’interesse per le cosiddette aree interne. Da un lato, progetti itineranti che operano nelle terre alte del maceratese affinché le comunità, profondamente colpite dai terremoti del 2016, possano prendersi cura della propria storia e delle memorie individuali e collettive. Dall’altro, esperienze nate sulla costa che mirano a ricucire legami, cercare nuove relazioni e reciproci vantaggi tra città, montagna e zone interne, evitando gerarchie territoriali e collaborando per sperimentare nuovi stili di vita.
L’edizione 2025–2026 di Fogli d’autunno ha proposto una serie di incontri caratterizzati da tematiche molto diverse: dalle tradizioni e feste popolari tra passato e presente, alla fruibilità e accessibilità dei cammini per persone con disabilità ed esigenze specifiche; dalle pratiche artigianali capaci di intrecciare lavoro, valori sociali e attenzione ambientale, alle azioni per rianimare paesi e comunità locali, contrastando rassegnazione e spaesamento. La parola chiave di questa edizione è stata “Appaesamenti”, un concetto che richiama la necessità di trovare modi nuovi di abitare i luoghi, riconoscendone la storia e immaginandone il futuro.
Il contributo che segue nasce come sintesi delle relazioni e del dibattito emersi in occasione dell’incontro dedicato ai cammini e all’accessibilità. Negli anni precedenti il tema del camminare era stato spesso affrontato a partire dal suo valore simbolico e culturale. Questo incontro ha invece voluto ribaltare la prospettiva, ponendo al centro la persona e le sue esigenze: davvero tutti possono vivere la stessa esperienza di cammino? Quali sono i limiti e come possono essere affrontati? Come comunicare in modo corretto cosa significhi parlare di accessibilità in montagna?
Da queste domande ha preso avvio l’incontro che si è tenuto il 29 novembre 2025 a Recanati.
Accessibilità come questione politica, non tecnica
Parlare di accessibilità in montagna significa, prima ancora che discutere di strumenti o soluzioni, assumere una posizione politica. Non nel senso ideologico del termine, ma in quello più concreto: decidere che tipo di relazione vogliamo instaurare tra corpi, territori e comunità.
L’accessibilità non è un valore neutro. Può diventare pratica di cura e di restituzione, oppure ridursi a dispositivo di consumo. Può ampliare le possibilità di esperienza oppure sostituire un limite con una dipendenza, una scelta con una delega.
Nei territori interni del Mediterraneo, e in particolare negli Appennini, la montagna non è mai stata soltanto uno spazio naturale. È stata a lungo un luogo abitato, attraversato, coltivato. Oggi, dopo decenni di spopolamento e dopo il trauma rappresentato dagli eventi sismici del 2016-2017, che ne hanno ulteriormente indebolito il tessuto sociale, l’accesso a questi luoghi non può essere pensato solo come esperienza ricreativa, ma come gesto di presenza e di ricomposizione.
Oltre le barriere architettoniche: il corpo nel paesaggio
In ambiente montano le barriere raramente coincidono con elementi costruiti. Sono piuttosto condizioni diffuse, spesso invisibili a chi non le sperimenta direttamente: il tipo di suolo, la continuità del fondo, la presenza o meno di servizi essenziali, la distanza tra i punti di sosta.
La ghiaia, per esempio, è spesso un ostacolo più severo di una pendenza: instabile, affaticante, selettiva. La terra battuta compatta, al contrario, può risultare attraversabile da molti ausili. In questo senso, la barriera in montagna è spesso orizzontale, inscritta nel terreno stesso.
Questi elementi non costituiscono un problema in sé. Diventano una barriera quando non sono dichiarati, quando non sono raccontati, quando vengono nascosti dietro una promessa generica di accessibilità.
Informazione e scelta: l’accessibilità che emancipa
Un sentiero non deve essere adatto a tutti. Deve essere mappabile e conoscibile. La possibilità di scegliere se partire, come partire, con quale ausilio e con quale margine di autonomia è il vero discrimine tra accessibilità ed esclusione.
La mancanza di informazioni precise su fondo, dislivello, lunghezza reale, presenza di servizi o possibilità di assistenza da parte di enti o associazioni costituisce essa stessa una barriera. Non impedisce fisicamente l’accesso, ma induce alla rinuncia preventiva. È in questo senso che la mappatura diventa un atto politico: non addomesticare la montagna, ma renderla leggibile.
Le esperienze di mappatura e di progettazione territoriale che pionieri come Pietro Scidurlo hanno esperito negli ultimi anni, mostrano come la descrizione accurata dei percorsi e dei servizi consenta alle persone con esigenze specifiche di pianificare il proprio viaggio in autonomia, consapevolezza e sicurezza, restituendo dignità alla scelta individuale.
Fruizione attiva e fruizione passiva
Non tutte le forme di accesso producono la stessa esperienza. È necessario distinguere tra fruizione attiva e fruizione passiva, anche quando entrambe vengono presentate come inclusive.
La fruizione passiva riduce il corpo a carico: qualcun altro decide, qualcun altro spinge, qualcun altro governa il movimento. Strumenti come la joëlette consentono in questi casi l’attraversamento di tratti altrimenti inaccessibili, ma trasferiscono integralmente la gestione del percorso su chi accompagna. La persona attraversa lo spazio, ma non lo governa; partecipa all’esperienza, ma non la dirige. La fatica, il rischio e la scelta vengono esternalizzati.
La fruizione attiva, invece, anche quando mediata da ausili, mantiene un margine di autonomia, di decisione e di responsabilità. Non elimina il limite, ma lo rende praticabile. In questo caso l’ausilio non sostituisce il corpo, ma ne estende le possibilità, permettendo una relazione diretta con il terreno, con la pendenza, con la distanza.
Ausili, autonomia, esperienza concreta
Parlare di accessibilità senza parlare di ausili significa spesso parlare d’altro. La maggior parte delle persone ignora l’esistenza di dispositivi che consentono una fruizione autonoma degli spazi naturali e tende a identificare l’accesso esclusivamente con l’accompagnamento.
L’esperienza diretta con ausili per la mobilità in ambiente esterno mostra invece un’altra possibilità: non l’eliminazione della fatica, ma la sua redistribuzione; non la delega del movimento, ma il recupero della decisione. Ausili pensati per l’outdoor permettono di affrontare tratti di terra battuta, leggere pendenze, fondi regolari, rendendo possibile una scelta consapevole su dove fermarsi, cosa tentare e cosa evitare.
Questi strumenti non rendono tutto accessibile e non pretendono di farlo. Al contrario, rendono evidenti i limiti del corpo e del percorso, consentendo di negoziarli. È proprio in questa negoziazione che si gioca l’autonomia.
Strumenti di accompagnamento e loro ambiguità
Nel dibattito sull’accessibilità vengono spesso presentati strumenti di accompagnamento come soluzione universale. La joëlette, in particolare, è sempre più proposta come risposta unica, anche per ragioni organizzative e di sostenibilità economica: richiede una manutenzione minima, può essere utilizzata su terreni diversi e non presuppone l’adattamento del percorso.
In contesti specifici, e soprattutto quando le caratteristiche fisiche dei tracciati non consentono alcuna fruizione autonoma, questi strumenti rappresentano una risorsa reale. Permettono a persone con disabilità fisiche o cognitive di vivere esperienze di escursionismo e di attraversamento dei territori grazie al supporto di accompagnatori formati.
In questo senso appare particolarmente significativa l’esperienza di Risorse Marche Active Tourism impegnata nella promozione di pratiche di turismo accessibile e nella realizzazione di attività inclusive e gratuite durante tutto l’anno in alcuni dei territori più significativi delle Marche.
In questa prospettiva, la cooperativa ha lavorato alla mappatura di sentieri accessibili in collaborazione con l’associazione “Free Wheels” e ha presentato il progetto Social Valley, che prenderà avvio a partire dal 2026. Il progetto prevede l’individuazione di itinerari accessibili nelle campagne della Valle del fiume Potenza, coinvolgendo i Comuni di Macerata, Recanati, Porto Recanati, Potenza Picena e Montecassiano, con l’obiettivo di costruire una rete territoriale capace di coniugare fruizione, inclusione e conoscenza dei luoghi.
Dall’esperienza di Alessandro Battoni e Mauro Viale si evidenzia come strumenti quali la joëlette e i tandem a tre ruote, utilizzati dalla cooperativa, costituiscano risorse importanti in contesti naturali in cui le caratteristiche fisiche dei percorsi non consentono una fruizione autonoma, permettendo comunque a persone con disabilità fisiche o cognitive di vivere esperienze di escursionismo e cicloturismo grazie al supporto di Guide Ambientali Escursionistiche e di un servizio di trasporto attrezzato per utenti in carrozzina e accompagnatori.
Il rischio emerge quando tali strumenti diventano l’unico orizzonte possibile. In questo caso l’accessibilità si fonda esclusivamente sull’accompagnamento e rinuncia, in partenza, all’idea che una persona possa scegliere come attraversare uno spazio naturale con i propri ausili e le proprie competenze. Laddove la dipendenza sostituisce sistematicamente l’autonomia, l’accessibilità si impoverisce e si appiattisce su un modello unico, rassicurante per chi organizza ma limitante per chi vive il corpo e il territorio.
La centralità dell’informazione assume, in questo quadro, un valore decisivo. Sapere in anticipo che tipo di fondo si incontrerà, se la ghiaia è compatta o instabile, se esistono tratti di terra battuta, se sono presenti servizi essenziali, permette di valutare quale ausilio utilizzare e fino a dove spingersi.
Senza informazioni precise, l’ausilio perde la sua funzione emancipante e diventa inefficace. L’accessibilità non è allora questione di strumenti in sé, ma di condizioni che rendono possibile una scelta responsabile, evitando l’improvvisazione e la rinuncia preventiva.
Abitare la montagna: comunità e ritorno
Negli Appennini, segnati dallo spopolamento e da eventi traumatici che ne hanno accelerato l’abbandono, la questione dell’accessibilità assume un significato di urgenza. Qui l’attraversamento dei sentieri non è solo esperienza ricreativa, ma gesto di presenza, di ritorno, di ricostruzione simbolica che spesso si scontra con una ricettività ridotta a causa degli eventi sismici di un decennio fa.
Abitare la montagna, anche temporaneamente, significa sottrarla alla logica dell’evento e del consumo rapido. Significa riconoscerla come spazio di comunità, non come prodotto. In questo senso, l’accessibilità non riguarda solo chi arriva, ma anche chi resta per viverci.
Turismo predatorio e uso strumentale dell’accessibilità
Proprio nei contesti più fragili emerge il rischio maggiore: l’uso strumentale dell’accessibilità per giustificare interventi invasivi. Grandi opere e trasformazioni irreversibili del paesaggio vengono presentate come inclusive, quando rispondono in realtà a logiche estrattive.
In questi casi, i corpi diventano argomento morale, i territori risorsa da consumare, le comunità semplice sfondo. L’accessibilità, anziché emancipare, viene piegata a una retorica che legittima nuove forme di dipendenza e di consumo.
Conclusione
Questo articolo non è né vuole essere una panoramica esaustiva delle posizioni che sul tema stanno assumendo associazioni e singoli, in un clima di lenta presa d’atto della questione che, come si sarà compreso, non riguarda solo le persone con disabilità ma chiunque si trovi, in qualunque momento della vita, in una condizione di fragilità. In definitiva, l’accessibilità in montagna non può essere pensata come un obiettivo da raggiungere una volta per tutte, né come un marchio da esibire. È piuttosto una pratica continua di attenzione, ascolto e responsabilità. Richiede di rinunciare alle soluzioni universali e di accettare la complessità dei corpi e dei luoghi, senza addomesticarli né spettacolarizzarli.
Nei territori montani, e in particolare negli Appennini, questa scelta assume un peso ulteriore: significa decidere se la montagna debba essere attraversata come prodotto o abitata come relazione. Un’accessibilità che non semplifica, ma rende leggibili i limiti e restituisce possibilità di scelta, non promette esperienze per tutti, ma costruisce le condizioni perché ciascuno possa assumere il proprio modo di esserci.
È in questa assunzione condivisa di limite, autonomia e cura che l’accessibilità smette di essere un dispositivo e torna a essere un gesto politico, capace di tenere insieme corpi, territori e comunità senza consumarli.
Crediti
Questo contributo nasce da un lavoro collettivo e da un confronto plurale, maturato nel tempo e radicato nei territori. Un riconoscimento particolare va a Paolo Coppari, che a partire dal 2017 ha operato in modo continuativo nell’entroterra marchigiano attraverso il progetto dei Cantieri Mobili di Storia. Nel 2018, con Lidia Massari, fonda l’associazione “…e quindi il monte – Rete solidale dalla costa alla montagna”, che negli anni si è fatta promotrice di molteplici iniziative sul territorio recanatese. Il suo impegno, instancabile e discreto, si è tradotto in una presenza costante e in un attraversamento paziente dei luoghi, facendo da spola vivente fra la costa e la montagna. Un lavoro di relazione, ascolto e restituzione che ha contribuito in modo decisivo a tenere insieme comunità, memorie e pratiche.
Un contributo centrale è rappresentato dall’esperienza maturata sul campo da Alessandro Battoni, guida ambientale escursionistica, il cui lavoro sul turismo accessibile nelle Marche ha permesso di mettere alla prova, in modo concreto, possibilità e limiti della fruizione dei territori da parte di persone con esigenze specifiche. Attraverso attività di accompagnamento, mappatura dei percorsi, progettazione di itinerari e sperimentazione di strumenti diversi, la sua esperienza ha mostrato come l’accessibilità non sia un dato astratto, ma una pratica quotidiana che richiede competenze, conoscenza del territorio, attenzione alle persone e capacità di adattamento alle condizioni reali dei luoghi.
Un riferimento essenziale è inoltre rappresentato dall’esperienza di Pietro Scidurlo, maturata lungo il Cammino di Santiago e sviluppatasi negli anni sui cammini italiani. Il suo lavoro ha contribuito a rimettere al centro l’accessibilità come diritto alla scelta, interrogando criticamente il senso stesso del camminare e spostando l’attenzione dai tracciati ai corpi che li attraversano.
Lidia Massari
L’autrice:
Lidia Massari è docente di lettere classiche presso il Liceo Classico di Recanati. Da anni affianca all’attività didattica un lavoro di ricerca, scrittura e divulgazione dedicato ai territori delle Marche, con particolare attenzione alle aree interne, alla relazione tra comunità e paesaggio e ai temi dell’accessibilità e della sostenibilità.
È fondatrice referente dell’associazione “… e quindi il monte – Rete solidale dalla costa alla montagna, con cui promuove incontri pubblici, iniziative culturali e percorsi di valorizzazione delle comunità locali. Collabora con realtà impegnate nella narrazione del territorio e nella costruzione di pratiche di cittadinanza attiva.